Il ricettatore, la collana e il traditore di Decaro Diego

Il ricettatore, la collana e il traditore

Si risvegliò sdraiato in quella che, secondo lui, era la stiva di un aereo.

 

Tutto era cominciato tre giorni prima, quando il gioielliere e ricettatore Alex lo aveva invitato a casa sua per “parlare di affari”.

Da quando si era seduto su quella soffice poltrona di pelle, la sua vita era diventata un inferno.

A dire la verità, la sua vita era già un inferno, per colpa di Alex, che lo costringeva a lavorare per lui senza pagarlo e lo invitava regolarmente nel suo casinò, dove perdeva tutto.

Non era ancora stato in galera, anche grazie all’influenza che Alex aveva sui giudici, e non aveva nessuna intenzione di andarci.

Quella sera aveva deciso: se il suo piano avesse funzionato, sarebbe diventato ricchissimo, se invece il suo piano fosse fallito, sarebbe morto.

La sua idea era di approfittare della fiducia di Alex e, soprattutto, della festa che avrebbe dato a casa sua la sera successiva, dove avrebbe tentato di rubare la famosa e  preziosissima collana della moglie di Alex.

 

Nel gergo di Alex, parlare di affari voleva dire che, di lì a poco, gli avrebbero commissionato un “lavoretto” e quando ti viene commissionato un lavoro, devi, a tutti i costi, portarlo a termine.

Questa volta come pagamento per il lavoretto, gli era stata proposta una cifra più alta del solito.

Nonostante la cifra esorbitante, decise comunque di attenersi al suo piano, ma per non insospettire Alex avrebbe accettato anche la sua proposta.

E poi, come diceva Alex (anche se in realtà la frase non era sua) “cogli l’attimo, non lasciartelo scappare, perché, sennò, ti sfugge”.

Ecco, lui voleva cogliere l’attimo, anche se, più che un attimo, era una giornata intera.

 

Il piano per rubare la collana era già ultimato e decise di anticipare di qualche ora il lavoretto per Alex.

Verso il pomeriggio gli sarebbe dovuta arrivare la copia della collana con la quale avrebbe sostituito l’originale.

 

Il lavoro che gli aveva assegnato Alex era veramente semplice, troppo semplice per le sue capacità.

Decise comunque di arrivare a metà lavoro, interromperlo, scappare senza essere visto da nessuno e attendere gli eventi, per cercare di capire se il lavoretto fosse una trappola.

La sorpresa non tardò ad arrivare: una squadra di poliziotti a bordo di un camion aveva appena bloccato l’entrata del palazzo e, aperti gli sportelli posteriori, cominciarono a scendere i membri di una speciale squadra armata di tutto punto.

Probabilmente chi aveva avvisato la polizia del suo furto, lo aveva presentato come un soggetto pericoloso.

Le possibilità erano due: o qualcuno aveva parlato, oppure era scattato un allarme che aveva allertato la polizia.

La probabilità che fosse stato un allarme gli sfiorò la mente ma solo per un brevissimo istante.

Era sicuro di una spiata da parte di Alex.

Era da lui, glielo aveva visto fare tante volte: commissionava un lavoro a un suo scagnozzo, gli prometteva più soldi del solito e lo faceva arrestare. In seguito quel poveretto finiva per essere accusato di tutti i crimini, furti e omicidi che aveva commesso, in realtà, la banda di Alex.

Ogni tanto gli serviva un capro espiatorio.

Quella volta era toccato a lui.

Si chiedeva perché quella volta fosse toccato proprio a lui, dopo tanti anni di lavori senza, quasi mai, farsi beccare.

Ma, di lì a poco, gli avrebbe reso pan per focaccia.

Questo pensava mentre stava nascosto sul tetto del palazzo opposto a quello da dove era appena scappato; il cavo munito di ventosa, che aveva lanciato contro il palazzo di fronte, gli era servito per scappare prima dell’intervento della polizia che, ormai aveva circondato l’edificio.

I poliziotti cominciarono a intimare, con il megafono, alla persona che, secondo loro era all’interno del palazzo, di uscire e arrendersi.

Ormai non gli restava da fare altro lì, se ne andò.

Fece un bel pezzo della strada verso casa a piedi, sobbalzando a ogni ombra che gli scivolava dietro.

La sua casa non era molto lontana ma, la paura di essere preso non gli piaceva affatto perché se fosse stato beccato lo avrebbe rimpianto per tutta la vita rinchiuso in una piccola cella due metri per tre.

“La prudenza non è mai troppa”, pensò. Proprio come con Alex.

Era sicuro che, la fiducia nei confronti di Alex fosse ricambiata, eppure quest’ultimo lo voleva far arrestare come un comune ladruncolo appena arrivato e ingenuo.

Non si era fatto fregare e questo gli faceva onore, ma pensò che doveva fargliela pagare cara ad Alex.

Da anni quell’individuo governava nel mondo dei ricettatori di gioielli e quella città era più grande di quanto non potesse sembrare.

 

In mezz’ora arrivò a casa e, dopo una doccia cominciò a rivedere dall’inizio il suo piano, voleva essere assolutamente certo del suo esito. Dopo un’ora era fermamente convinto della sua riuscita e si congratulò con la sua mentalità costruitagli così proprio da Alex.

 

Erano ancora le otto del mattino quando sentì suonare il campanello.

Prima di aprire guardò dallo spioncino chi fosse, scorse l’ora, si scombinò i capelli e fece appena in tempo ad infilarsi una maglietta che di solito usava come pigiama, quando il campanello suonò di nuovo ed una voce lo incitava a darsi una mossa ad aprire la porta.

Tolse la catena ed aprì.

Fece finta di sorprendersi alla vista di due poliziotti (anche se, almeno un po’, lo era) e chiese il motivo di quella visita.

Una chiamata anonima alla centrale di polizia aveva specificato il suo nome e il suo cognome riguardo all’artefice di una rapina ed erano subito andati a controllare all’indirizzo sempre fornitogli dalla chiamata.

Maledisse mentalmente ancora una volta Alex e la sua spiata e si chiese di nuovo il perché di quell’accanimento nei suoi confronti da parte di quel tale, che ormai non si meritava neanche di essere l’obiettivo di un suo colpo.

Scosse la testa e rispose, con la voce impastata di uno che si è appena svegliato, a tutte le domande.

In breve i poliziotti se ne andarono.

Aveva risposto a tutte le domande con calma e lucidità, ancora una volta era fiero di se stesso.

Rimise la catena sulla porta e si andò a sdraiare sul letto.

“Un po’ di riposo mi può fare solo bene”, pensò.

Dormì, senza mai svegliarsi fino alle tre del pomeriggio. Quando fu svegliato dal campanello.

Aprì la porta e dopo aver capito chi era il visitatore, con sguardo compiaciuto, rientrò a casa e si diresse verso il divano dove, prima di addormentarsi, aveva posato una busta.

Diede al visitatore la busta e in cambio si fece dare il sacchetto che quest’ultimo teneva saldamente in mano.

Finalmente era arrivata la copia della collana e, ora, era veramente tutto pronto per la stangata.

 

La grande sala dove si teneva la festa era veramente enorme, luogo perfetto per il suo scopo.

Ripassò mentalmente ancora una volta il piano. Bomba, finestra, luci, guardie, collana…

 

La festa era fissata per le sette di sera, era una di quelle feste dove si balla e, se si vuole, si approfitta del buffet che viene offerto agli invitati dal padrone di casa.

L’edificio sarebbe brulicato di guardie fin dall‘inizio della festa e lo sarebbe stato fino alla fine.

Il piano per distrarre le guardie era già pronto.

Il piano per entrare, rubare e uscire era anch’esso pronto.

Ora bastava aspettare che l’ora propizia per entrare in azione arrivasse. E, in azione, ci sarebbe entrato alle nove e sedici precise. Anche quest’idea era nello stile di Alex, “non bisogna mai fissare un piano per un ora tonda, ma anticiparla o posticiparla affinché essa non possa essere per nessun motivo prevista”, diceva spesso Alex.

 

Quella sera era molto e vestito di nero era praticamente invisibile.

Per entrare di nascosto nella proprietà bastava superare una recinzione formata da una siepe altissima e molto ramificata, ma la potatura avvenuta pochi giorni prima aveva contribuito a rendere più facile il passaggio.

Ricontrollò il suo equipaggiamento: pistola silenziata, coltello, e, sotto alla tuta nera, uno smoking.

Oltre, ovviamente, alla copia della collana.

La bomba per distrarre le guardie l’aveva già piazzata e anche il timer era impostato: aveva solo diciotto minuti per l’azione. In quel periodo doveva entrare nella proprietà, infilarsi nella festa e mettere in atto il suo piano.

L’unico ingresso alla villa era quella principale, oltre, forse, a  un’entrata segreta conosciuta solo da Alex.

Lui, invece, sarebbe passato dalle cucine, da una piccola finestrella d’emergenza che serviva quando il fumo diventava eccessivo.

Con il coltello forzò la serratura della finestrella, che saltò all’istante.

La finestrella non dava direttamente sulle cucine ma su un’altra stanza che serviva come magazzino.

Lì si tolse la tuta e la nascose dietro ad una cassa sigillata.

Mancavano dieci minuti all’esplosione.

Dal magazzino era passato con molta facilità alle cucine e da queste alla sala principale, dove si teneva la festa. Di  cuochi non ne vide, forse il buffet l’avevano preparato prima dell’inizio della festa.

Ricontrollò l’orologio. Tre minuti allo scoppio.

Fece appena in tempo ad avvicinarsi alla moglie di Alex quando la bomba esplose.

Dalla stanza non si era sentita l’esplosione ma, dall’esterno sì, ed era sicuro che molte delle guardie sarebbero accorse verso il luogo dello scoppio.

La seconda parte del piano stava per aver inizio. Contemporaneamente all’esplosione si verificò un blackout temporaneo, abilmente architettato per tempo. Si avvicinò alla moglie di Alex e le strappò la collana dal collo, poi mise la copia della collana nella tasca del signore più vicino alla donna, gli diede una spinta cosicché l’uomo cominciasse a barcollare.

Come da programma il signore, al ritorno della luce, fu subito prelevato dalle guardie che nel frattempo, richiamate dal grido della donna, erano accorse.

La copia della collana era perfetta e le spiegazioni che il signore cercava di dare non bastarono a scagionarlo.

Venne subito chiamata la polizia.

Nascosto dalla folla che si accalcava verso l’esterno, il vero esecutore del furto evitò di passare dalle cucine, ma passò comunque dal varco che aveva aperto pochi minuti prima nella siepe.

Nel momento in cui stava per uscire dalla siepe, la notte diventò più scura che mai a causa di una tremenda botta che ricevette in testa.

 

Quando si risvegliò la testa gli ronzava e, specialmente la nuca, gli faceva male.

Realizzò quasi subito di essere nella stiva di un aereo.

L’oblò che vide sopra la sua testa ne era la conferma. Realizzò anche che era stato catturato e, sicuramente, non dai poliziotti.

Per uccidere qualcuno che non si sarebbe più dovuto trovare, ad Alex, piaceva farlo nell’oceano scaraventandolo giù da un aereo.

 

Lo sportello si aprì con un sibilo e una figura vestita di nero entrò.

Quella siluette era inconfondibile, era quella di Alex. Con un cenno della mano fece arrivare due guardie del corpo che, subito, sollevarono di peso l’uomo che era sdraiato a terra e lo portarono davanti al portello principale. Questo era aperto.

La voce di Alex gli chiese:

“Allora (lunga pausa) cosa eri venuto a fare nella mia villa quando, in realtà, dovevi essere in galera?”.

La sua domanda non ebbe risposta.

“Questo”, e con il pollice indicò verso il basso ”è il punto più profondo dell’oceano”.

“Ti ostini a non rispondere? ”.

Con un ultimo cenno della mano destra le guardie scaraventarono l’uomo immobilizzato giù dall’aereo.

L’uomo che stava cadendo dall’aereo gridò: “ALEX”.

Richiamato dal grido, Alex si sporse dal portello principale e guardò in direzione dell’uomo che aveva urlato e che stava tirando fuori dalla tasca un oggetto dai colori argentati e dorati.

Il gioielliere capì che era la preziosissima collana della moglie e si limitò a rispondere “FANNE BUON USO”.

Durante quel ”tuffo” non gli era passata tutta la vita davanti come dicono che succeda.

E tantomeno si spaventò.

Ma, colse per un attimo, l’espressione di sconfitta che si leggeva nella faccia di Alex.

Provò, solo per un attimo, la sensazione di piacere nel vedere il più forte perdere qualcosa.

Ed infine percepì l’attimo che precedette lo schianto con la superficie fredda e dura dell’acqua.

Ma non sentì, la fine.

 

di Decaro Diego

 

Racconto segnalata, al Concorso “Emanuele uno di noi” delle Scuole secondarie di primo grado di Mezzago, come meritevole di menzione, con la seguente motivazione: “Le regole del genere vengono rispettate e la trama scorre grazie ad una pianificazione ben strutturata, in grado da evidenziare le fasi di scrittura, in particolare lo spannung. Apprezzabile, infine, la competenza formale.”

"Il giornalismo con la partecipazione attiva dei lettori" La Redazione

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