Un rifugiato politico a Mezzago si racconta

Un rifugiato politico a Mezzago si racconta

Siamo seduti al tavolino di un bar, davanti a due spremute e un caffè, insieme a Mamadou, uno dei ragazzi richiedenti asilo che attualmente risiedono a Mezzago e che abbiamo contattato perché ci racconti la sua esperienza con i progetti di accoglienza e integrazione. Eppure sembra quasi assurdo che tre ragazzi quasi coetanei si trovino ad affrontare questi discorsi: sentiamo l’integrazione tra noi come un obiettivo già superato dal momento che siamo seduti con la voglia di parlare semplicemente di come stiamo e dei nostri impegni quotidiani. Invece, raccontata in prima persona, l’esperienza di Mamadou è un pugno nello stomaco, quasi surreale: Guinea, Mali, la prigionia in Libia, la traversata, Lampedusa e l’Italia fino a Mezzago, dove si apre una nuova pagina e l’opportunità di scrivere una storia diversa.

Da quando è qui, Mamadou ha dedicato il suo impegno sul territorio in diversi ambiti; ci spiega che sono i progetti a cercare lui, che di certo non si tira indietro: “Adesso sono attivo nella Croce Rossa di Agrate, comune dove ho vissuto i primi tempi una volta raggiunto il Nord Italia, che è diventata quasi una mia nuova famiglia. In Guinea ho studiato Scienze Umane e fatto esperienze assistenziali in campo umanitario con MSF e Unicef all’interno di un progetto di sensibilizzazione e prevenzione dalle malattie sessualmente trasmissibili in ambito sportivo. Poi con lo scoppio della recente epidemia di ebola ho colto la possibilità di seguire un corso di formazione per operatori offerto in quest’ambito. In Italia ho conosciuto l’operato della Croce Rossa e mi sono subito trovato in sintonia con le attività e i valori dell’Associazione. Sul sito internet ho letto il motto “L’Italia che aiuta”: è la terra che aiuta, ho pensato, e quindi ho capito che anche noi stranieri possiamo impegnarci; quest’idea mi è subito piaciuta. Ho seguito i corsi necessari e, dopo l’esame obbligatorio per i volontari, sono diventato un operatore. Adesso mi sto preparando all’esame aggiuntivo per poter lavorare anche sulle ambulanze: so che sarà difficile ma sento che posso farcela”.

Mamadou ci spiega che oltre al calcio, una passione dell’adolescenza in Guinea che lo ha portato a essere il più giovane giocatore del suo paese in serie B, ha sempre sognato di lavorare in campo sociale, e qui in Italia sta continuando a realizzare il suo sogno. Il suo segreto è non pensare agli episodi spiacevoli, ma custodire preziosamente quelli che lo incoraggiano: “Quella volta che un barista si è rifiutato di farsi pagare caffè e brioche da me e da altri operatori della Croce Rossa per ricambiarci simbolicamente del nostro impegno mi ha riempito di fiducia e speranza. Sono pronto ad affrontare anche i pregiudizi e mi sforzo sempre di presumere il meglio. È per episodi così che mi sono innamorato di questa terra e delle persone che credono in me e in chi è nella mia situazione, per le opportunità che mi sono state offerte e quelle aperte per il futuro qui”. La Croce Rossa non è l’unica attività che coinvolge Mamadou: tramite la cooperativa Aeris partecipa al progetto “Con Altri Occhi”, che si impegna a portare le testimonianze di rifugiati e richiedenti asilo nelle scuole, dalle elementari alle superiori. “È difficile raccontare ancora e ancora ricordi tragici del mio passato ─spiega Mamadou─ ma penso che sia più giusto per me affrontare il dolore tutti i giorni per raccontare la storia di quelli come me ai ragazzi nelle classi, rispondere alle loro domande e chiarire le loro idee; altrimenti rimarrebbe loro solo la televisione, che secondo me non sa dare agli italiani le spiegazioni che cercano”. Invece, tramite l’incontro diretto e il dialogo, pur affrontando qualche volta pregiudizi spiacevoli da superare, Mamadou riscuote riscontri positivi: “L’altro giorno, la sera di Halloween, molti ragazzi di Mezzago che ho conosciuto a scuola sono venuti a trovarmi a casa per le caramelle e per stare un po’ insieme ─e   che ne avevo un po’ da dare loro! Non mi sarei aspettato che, con tutti gli amici e i parenti che avrebbero potuto visitare, sarebbero passati anche da me. Ero contentissimo”.

Chiara Carbone
Riccardo Biffi

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