La Gipsoteca Fumagalli e Dossi

La Gipsoteca Fumagalli e Dossi

Il Louvre e i Musei Vaticani, Brera e gli Uffizi sono più o meno alla portata di una gita, al più di un viaggio in treno? Si potrebbe comunque rimaner sorpresi, venendo a sapere che una piccola parte dei loro tesori è conservata e prodotta, in un certo senso, proprio a Mezzago.

La Gipsoteca Fumagalli e Dossi, di ─ rispettivamente─ Roberto e Mario, dispone infatti di un patrimonio di circa cinquecento calchi di artefatti artistici, tra sculture e bassorilievi di ogni epoca, capitelli e fregi, oltre a numerosissime riproduzioni in gesso degli stessi, realizzate su commissione. I due padroni di casa ci accolgono nel laboratorio e ci guidano nel labirinto delle statue qui conservate. Lo spettacolo è davvero sorprendente e non potrebbe essere altrimenti, considerando che tramite il metodo della formatura in arte, che consiste nell’utilizzare calchi (storicamente tassellati, da qualche decennio in gomma di silicone) in scala uno a uno, le riproduzioni in gesso sono del tutto identiche all’opera originale ─ eccezion fatta per il materiale, s’intende. Passando tra un Canova e un Michelangelo, un bassorilievo gotico e una Nike di Samotracia, ci raccontano della loro esperienza da formatori e scultori.

Quella di Roberto Fumagalli e Mario Dossi è una carriera di lungo corso nell’arte della formatura in gesso, che trova per entrambi l’origine nella storica Gipsoteca Bertolazzi di Milano, dove Agostino Fumagalli (padre di Roberto) e Mario ─ ai quali dopo gli studi di scultura in Accademia di Brera si aggiunge Roberto stesso ─ sono prima apprendisti (Agostino fin dal 1946), poi collaboratori. Nel 1974, al momento del suo pensionamento, Bertolazzi, senza eredi, decide di lasciare la gipsoteca ai suoi colleghi mezzaghesi, che quindi  rilevano l’attività proseguendo e ampliandone l’operato sia nella bottega storica di Milano (viale Montello, 4) che nel laboratorio a Mezzago, dal ’90, più ampio, con ulteriore funzione di sede ─ uno scrigno di bellezze ─ dei modelli e delle forme.

È un lavoro faticoso, letteralmente pesante, fisico, ci si sporca le mani (e camici su camici, gli stivali, perennemente imbiancati) ─ “non ce n’è: ci vuole passione”, concordano. Passione per la tecnica, e non fa poco essere consapevoli di stare partecipando a, anzi tenendo viva, una tradizione millenaria che risale alla Grecia antica, il che, tra l’altro, significa avere come colleghi innumerevoli formatori disseminati per tutta la rete immensa e imperscrutabile che è la tradizione artistica occidentale. Passione per l’arte, una passione che in Roberto e Mario ─ e questo è lampante sin da subito ─ pare quasi specchiare quella che i loro artefatti così bene conservano ed esprimono eternamente, immortalati nella forma plastica.

Riccardo Biffi

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